The Nice Guys (recensione)

Shane Black si conferma un fuoriclasse della regia internazionale. La sua ultima fatica è The Nice Guys presentato all’ultimo Festival di Cannes. Il regista porta in scena un poliziesco a metà fra la commedia e il thriller, immerso nella patina pop e coloratissima degli anni 70’.

È il 1977 nella soleggiata Los Angeles. Negli anni del boom economico, i detective Jackson Healy e Holland March si trovano casualmente in affari per indagare su un caso che coinvolge il rapimento della figlia del capo del Dipartimento di Giustizia, l’uccisione di una pornostar e un misterioso film a luci rosse che minaccia l’integrità delle forze dell’ordine. In un rimbalzo continuo di pasticci e colpi messi a segno contro i gangster della malavita californiana, i due protagonisti dovranno fare i conti con la figlia adolescente di Holland che non intende vedersi lo spettacolo da casa ma partecipa attivamente all’azione.

Shane Black costruisce un perfetto film di genere, calato totalmente negli anni 70’, ma con espedienti visivi tipici del cinema contemporaneo. La comicità della pellicola è affidata per intero alle gag del perfetto duo Healy/March, interpretati rispettivamente da Russel Crowe e Ryan Grosling. Il primo robusto, portato all’eroismo e inizialmente astemio sposa perfettamente il secondo, maldestro e totalmente inconcludente se non grazie a grandi colpi di fortuna. L’azione è alimentata dai continui cambi di location e le guide spericolate a bordo della decappottabile di March; esilaranti nei momenti onirici in preda all’abuso di alcol. Fanno da contorno ai due protagonisti una serie di personaggi stereotipati che rendono però la scena iconica e perfettamente contestualizzata del periodo storico: la giovane svampita, il capo del Dipartimento di Giustizia algido e corrotto, il gangster senza scrupoli e la giovane figlia di March; spesso, più sagace del padre e del collega nella risoluzione dei casi. La città Los Angeles è a tutti gli effetti un’altra protagonista del film. Senza le lunghe strade piene di affiche pubblicitarie, le ville con piscina sulle colline e il turbinio di luci nella notte, l’estetica e la credibilità della diegesi non sarebbero le stesse.

Da non sottovalutare l’uso della musica nel film. La colonna sonora fa da collante assoluto e amalgama perfetto fra le scene; i brani dei Kiss, dei The Temptations e dei Bee Gees, diventano lo sfondo sul quale coreografare i movimenti degli attori e della macchina da presa, fra le insegne fucsia al neon e le palme chilometriche della California.

Colonia (recensione)

Colonia è il film del 2015 diretto da Florian Gallemberg, regista tedesco e Oscar al miglior cortometraggio nel 2011, che racconta la storia difficilissima di Colonia Dignidad. Il film è rientrato nella selezione ufficiale del Toronto International Film Festival del 2015 e poi proiettato alla Berlinale del 2016. Nota nel doppio nome di Villa Baviera, Colonia Dignidad è stato un villaggio che ospitava migranti tedeschi e campo di tortura durante la dittatura di Augusto Pinochet.

La storia parte dal giorno in cui in Cile avviene il colpo di stato di Pinochet, nel 1973. Lena è un hostess di Luftansa e il suo fidanzato Daniel è un photoreporter, sostenitore di Salvador Allende, che si occupa di fotografare i moti rivoluzionari di quella stagione. Il giorno stesso del colpo di stato i due giovani tedeschi vengono catturati perché militanti di Allende. Riconosciuto da una spia, Daniel viene portato a Colonia Dignidad e torturato dal diabolico capo della setta: Paul Shäfer. Una volta scoperta la destinazione di Daniel e l’esistenza di Colonia Dignidad, Lena decide di unirsi volontariamente alla setta per cercare di liberare il suo fidanzato. Partirà un piano che vedrà Daniel e Lena a tentare qualsiasi via di fuga dalla blindatissima prigione.

Il cast è composto da Emma Watson (Lena), Daniel Brühl (Daniel) e Michael Nyqvist (Paul). Senza entrare nel merito dell’ovvia bravura degli attori, qui in ruoli non al massimo delle loro prestazioni, colpisce la costruzione dei tre personaggi che interpretano e la loro interazione; fra i tre s’istaura un continuo gioco di forze antagoniste per tutta la durata della pellicola.

L’impianto del film è costruito a metà secondo i canoni della spy-story e del prison-movie ma, a differenza di questi, il regista lascia ampio spazio alla storia romantica dei due protagonisti. La tensione drammatica è costruita principalmente sul rapporto fra Lena e Daniel; tra i due s’insinua la figura di Paul, forse il personaggio scritto meglio, allo stesso tempo carnefice e padre spirituale del campo di concentramento. La fuga è vissuta come il tentativo di liberazione e il coronamento della storia d’amore. Uno spazio maggiore alla speranza di una liberazione collettiva dei detenuti avrebbe, forse, convinto maggiormente; fuga collettiva intesa come liberazione di un popolo e rivendicazione dei diritti umani. Nell’incensare la storia d’amore questo purtroppo non avviene.

È apprezzabile la capacità con cui Gallemberg riesce a costruire svariati momenti drammatici che raggiungono picchi tensivi non indifferenti. Nel complesso, Colonia si rivela un’occasione sprecata; in favore del romance-plot perde un po’ di significato il portare alla luce uno dei tanti crimini perpetrati nella storia dell’umanità.

Stonewall (recensione)

Anticipato da una campagna pubblicitaria che ha fatto il pieno di visualizzazioni su youtube, grazie alla distribuzione di Adler Entertainment, è arrivato nelle sale Stonewall di Roland Emmerich. Il regista di Indipendence day ha presentato il film allo scorso Toronto International Film Festival ma in Italia la distribuzione ha pensato di farlo uscire nel mese della Giornata mondiale contro l’omofobia, bifobia e transfobia.

Danny è un ragazzo del Kansas, di famiglia cattolica, fa parte della squadra di football della sua scuola ed è stato cresciuto secondo i valori dell’America repubblicana. Danny è gay e ha una storia segreta con il quaterback della sua squadra; quando suo padre scopre la relazione fra i due decide di sbatterlo fuori di casa. Il ragazzo è costretto ad andarsene e sceglie New York come meta della sua fuga. Nella Grande mela, Danny farà la conoscenza di un gruppo di omosessuali che vivono in strada e sopravvivono prostituendosi nel Greenwich Village. Nelle notti infuocate degli anni 60’, i protagonisti frequentano lo Stonewall; il club è popolato da tutta la comunità Lgbt ed è gestito dalla malavita newyorkese. Il mafioso proprietario del locale è protetto, sotto ricatti, da uno dei distretti della polizia della città. I frequentatori dello Stonewall sono costretti a subire le angherie del gestore del locale e i continui controlli delle forze dell’odine che arrestano coloro che non hanno abiti concordi al sesso anagrafico. Dopo ripetuti scontri arriverà il momento in cui la comunità gay newyorkese si ribellerà a tutto questo; nella notte del 27 giugno del 1969, davanti lo Stonewall, daranno vita alla prima protesta per rivendicare i diritti degli omosessuali.

Il film di Emmerich ripercorre il processo che ha portato a quella prima storica rivendicazione con un gruppo composto per la maggior parte da personaggi fittizi. Costruito secondo i dettami del blockbuster americano, la pellicola si prefigge di esprimere i sentimenti che hanno animato Stonewall. La scelta di usare un ragazzo che calca lo stereotipo del giovane avvenente americano e i veri protagonisti di Stonewall solo come contorno, ha fatto storcere il naso a molti; Danny è un outsider rispetto ai suoi compagni di viaggio ma Emmerich lo usa per costruire al meglio un romanzo di formazione che porta il giovane di provincia a diventare un uomo emancipato e portatore di valori nella Grande mela. Nessun guizzo autoriale, un’attenzione maggiore all’aspetto storico più che a quello cinematografico non demoliscono il film nella sua totalità; Stonewall rimane un prodotto che riesce a portare sullo schermo la varietà della comunità Lgbt (al contrario degli omosessuali stereotipati, eleganti e di cultura del cinema italiano) e veicolare un sentimento che da lì ha dato vita ai movimenti di liberazione.

La foresta dei sogni (recensione)

Il ritorno di Gus Van Sant sul grande schermo avviene con La foresta dei sogni. Il film è stato presentato allo scorso Festival di Cannes ma distribuito in Italia solo dal 28 aprile. La sceneggiatura invece è stata affidata a Chris Sparling.

Arthur Brennan è un uomo in crisi che decide di volare fino in Giappone, precisamente nella foresta di Aokigahara, per suicidarsi. La foresta è un luogo intriso di spiritualità e di una forza quasi mistica; qui farà la conoscenza di Takumi, un uomo che si è perso tra i fitti alberi e non riesce a trovare l’uscita. Attraverso una serie di flashback scopriremo i motivi che hanno spinto Arthur a decidere per un suicidio, in primis il difficile rapporto con la moglie.

Nei panni di Arthur troviamo Matthew McConaughey, in linea con le sue interpretazioni post Oscar; la voglia è di svincolarsi del tutto dai personaggi che lo hanno caratterizzato nella prima parte della sua carriera, il classico “bonazzo” della west coast, ma anche in questo film una fetta di pettorale non si nega neanche su un letto di ospedale. È un piacere per gli occhi, invece, assistere a ogni prova attoriale di Naomi Watts; qui l’attrice veste i panni della moglie di Arthur Brennan. L’uomo incontrato nella foresta è interpretato dal bravissimo attore giapponese Ken Watanabe.

La pellicola si allinea in maniera marginale al cinema di Gus Van Sant, qui appannato per l’eccessiva enfasi narrativa. Ogni passaggio nella foresta è condito da colpi di scena quasi divini che caricano il film di toni fin troppo mistici. Sicuramente riuscite le scene dei flashback, per la maggior parte ambientate in casa, dove la coppia McConaughey/Watts è sfruttata al meglio delle loro potenzialità. La regia si appropria di movimenti della mdp rari per il cineasta del Kentucky, provenienti dal cinema d’avventura, che tendono a immergere e disorientare lo spettatore; effetto voluto per conferire maggior personalità alla foresta protagonista.

Van Sant sembra lontano dagli esordi indie alla Will Hunting o dalla successiva declinazione hollywoodiana di Milk; la percezione è che il regista si perda come il suo personaggio nella foresta. La foresta dei sogni è un prodotto mainstream da vhs ma non un’opera cinematografica d’autore.

Sole alto (recensione)

Dopo il trionfo nella sezione Un certain regard all’ultimo Festival di Cannes, esce nelle sale italiane Sole alto del regista croato Dalibor Matanić. La pellicola è candidata al Premio LUX dell’Unione europea; il premio è assegnato ogni anno ai film che si sono distinti per l’impegno sul dibattito pubblico sull’integrazione e la circolazione di film europei superando le barriere linguistiche per un mercato cinematografico comune.

Il film racconta tre storie a distanza di una decade ciascuna, ambientate rispettivamente nel 1991, 2001 e 2011. Jelena e Ivan, Natasa e Ante, Marja e Luka, sono tre coppie dove il lui è sempre jugoslavo e lei serba. Le coppie, nella loro rispettiva epoca, si trovano a dover combattere con la guerra civile jugoslava in maniera diretta o semplicemente a doverne patire le conseguenze anche indirettamente. Gli attori sono sempre gli stessi; il lui della coppia è interpretato sempre da Goran Marković e la lei da Tihana Lazović.

Il regista racconta una storia che ha vissuto in prima persona sulla sua pelle, da croato durante la guerra civile. La scelta stilistica di utilizzare sempre gli stessi attori riflette la consapevolezza che un conflitto è allo stesso tempo una guerra di singoli e di una collettività, quasi di forme archetipiche della società. Nonostante i protagonisti delle due epoche successive al 1991 non abbiano partecipato direttamente agli eventi bellici, Matanić rileva quegli strascichi che non sono mai finalizzati a un periodo storico circoscritto ma si ripercuotono inesorabilmente sulle generazioni successive. Il tono asciutto della narrazione e le luci chiare della fotografia, il sole è sempre alto nel cielo blu dei Balcani, aumentano per lo spettatore la percezione degli eventi; “portare alla luce” i fatti affinché nessuno dimentichi.

Nonostante superi le due ore abbondanti di durata, Sole alto si conferma uno dei prodotti più interessanti della cinematografia d’impegno sociale; affondando le radici all’interno di uno dei conflitti più sanguinosi di fine XXI secolo, dimostra come le ferite più insanabili sono quelle dei sopravvissuti.

Lui è tornato (recensione)

Dall’omonimo best-seller di Timur Vemes arriva nelle sale, dopo la distribuzione sulla piattaforma Netflix, Lui è tornato di David Wnendt. Mattatore assoluto il bravissimo Oliver Masucci nei panni del protagonista.

Girato a metà fra documentario e fiction, come Sasha Baron Cohen e il suo Borat, Wnendt riporta Hitler ai giorni nostri. Quali sarebbero le reazioni dei tedeschi? In che maniera l’antisemitismo riprenderebbe forma? Come ricostituire un regime totalitario nel 2016?

Queste le domande alle quali cerca di rispondere Lui è tornato tra comico e tantissimo sarcasmo. Durante il film nessuno crede che l’uomo sia il Führer, solo un povero reporter riesce a fiutare la vera minaccia e per questo verrà rinchiuso in un manicomio psichiatrico.

Il film è riuscito dal punto di vista della sceneggiatura per il grande pubblico, battute facili da acchiappa risate, ma nel complesso risulta a tratti ripetitivo e stucchevole. Dopo un’abbondante prima parte costruita con questo meccanismo, per fortuna nel finale la pellicola assume toni più riflessivi senza rinunciare alla risata facile. Ne emerge un uomo che in periodo di falsa democrazia e malcontento diffuso riesce ancora una volta a trascinare le masse, questa volta lo fa con i talk-show, i social-network e internet, ma con una propaganda che in fin dei conti non è molto diversa da quella del 1933.

In un periodo di smarrimento come il nostro, ancora una volta il cinema ci ricorda che la storia insegna e che il reiterarsi degli avvenimenti più tragici non è poi così estremamente lontano. Attraverso l’analisi di uno dei personaggi più controversi della storia, Wnendt analizza la società contemporanea avulsa tra selfie acchiappa like e memoria storica inesistente.

Weekend (recensione)

Weekend è il film del 2011 del regista britannico Andrew Haigh, lo stesso di 45 anni, uscito solo adesso nelle sale italiane per una scommessa distributiva. La Teodora film ha creduto nelle possibilità del film, nonostante sia disponibile già in dvd, distribuendolo inizialmente in dieci sale e dopo il boom del primo fine settimana in ventuno.

Russell e Glen si conoscono in un gay bar al termine di una serata tra amici. Tra i due è colpo di fulmine e senza troppe chiacchiere finiscono a letto insieme. Non si conoscono e non sanno i rispettivi nomi, le presentazioni avvengono solo il mattino seguente. Russell è un bagnino che vive la propria omosessualità solo nella ristretta cerchia di amici al contrario di Glen che vive la sua sessualità in maniera aperta e disinibita. Il secondo però confessa a Russell che il lunedì partirà per gli Stati Uniti dove ha deciso di trasferirsi. Nelle ventiquattrore successive i due passeranno un weekend di sesso e conoscenza che li porterà ad avere un’intesa fortissima.

Haigh racconta questa storia concentrandosi sul punto di vista di Russell, timido e dubbioso, facendo emergere le riflessioni che chiunque si porrebbe davanti a uno sconosciuto. L’occhio del regista intervalla il film con una serie di riti che rendono l’opera estremamente ciclica: la festa ad inizio e fine, il caffè post-sesso, le registrazioni di Glen e lo sguardo di Russell che si appesantisce davanti alla finestra ogni volta che il suo amante va via. Weekend parte da un evento del tutto casuale per entrare nella routine di ogni coppia, omo o etero che sia, mettendo a nudo i sentimenti dei protagonisti proprio come il regista fa con i loro corpi che inquadra da vicino e senza censure. Nello scoprirsi l’un l’altro davanti allo spettatore i ruoli dei due si mescolano di continuo fino a invertirsi sul finale. Se 45 anni procedeva lento e in maniera riflessiva su una storia d’amore giunta al tramonto della vita, al contrario, Weekend corre via veloce e pulsa di gioventù con una freschezza che conferisce un ampio respiro a quest’opera cinematografica. Non sarà un capolavoro ma rimane un gioiellino che riflette in maniera lucida e attenta la società contemporanea; alla faccia della CEI, capace solo di viaggiare in maniera anacronistica rispetto ai giorni nostri, che l’ha giudicato “scabroso e sconsigliato”.

Ave, Cesare! (recensione)

Dopo l’esperienza come presidenti di giuria all’ultimo Festival di Cannes, i fratelli Cohen tornano in sala con il loro diciannovesimo lungometraggio. Ave, Cesare! vede Joel ed Ethan ancora una volta registi, sceneggiatori e produttori a quattro mani della stessa opera cinematografica. Il film ha aperto l’ultima Berlinale lo scorso febbraio riscuotendo pareri nel complesso positivi.

Eddie Mannix è un fixer nella Hollywood degli anni 50’; colui che si occupa di celare gli scandali della casa di produzione e degli attori. Eddie costruisce immagini di mariti, fidanzate e madri encomiabili sulle star che tiene sotto controllo, mentre in realtà sono attori viziosi e viziati. Tra un perfetto attore di western che non riesce a recitare in una commedia romantica, un’attrice di film acquatici stufa del suo ruolo e un attore di musical estremamente vanesio, Eddie si troverà a fare i conti con la sparizione del protagonista di un kolossal su Gesù per mano dei comunisti e a contrastare le giornaliste gemelle Thaker assetate di gossip.

A interpretare le famosissime stelle del cinema nella Hollywood fittizia del film troviamo i protagonisti di quella attuale: George Clooney, Josh Brolin, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlett Johansson, Tilda Swinton e Channing Tatum.

I Cohen ripercorrono gli anni d’oro di Hollywood attraverso una conoscenza profonda della storia cinema e dei suoi generi. L’effetto metafilmico è fortissimo con la continua messa in scena dell’industria cinematografica. Durante la pellicola è possibile assistere al kolossal, al musical, alla commedia e al western, tutti i generi vengono frullati insieme e ritrattati con profonda ironia grazie ai suoi personaggi. Alla costruzione perfetta di ogni film, dei suoi protagonisti e degli interpreti si oppone un’industria sgangherata fatta di uomini assetati di potere e star ai limiti del paradossale. Più che raccontare una storia, in questo film i registi americani compiono un esercizio di stile come omaggio al cinema stesso, alle sue fasi produttive e a quella voglia disperata di ammaliare quando la finzione è platealmente palese. Ave, Cesare! è un prodotto piacevole di ostentata bravura che rischia di rimanere fine a se stesso senza decollare nei meandri della riflessione o nella pura contemplazione estetica.

Mustang (recensione)

I Mustang sono cavalli selvatici dalle folte criniere, spiriti liberi, indomabili per natura e incapaci di crescere in cattività. Queste sono Lale, Nur, Ece, Selma e Sonay, cinque sorelle di un piccolo villaggio a mille chilometri da Istanbul. L’ultimo giorno di scuola, Lale saluta la sua insegnante preferita che si trasferirà presto nella capitale turca; le cinque sorelle vanno a festeggiare la fine dell’anno scolastico con un bagno al mare insieme ai compagni “maschi” facendo l’errore di salire su di essi cavalcioni. Neanche il tempo di rientrare a casa e la notizia dello “scandalo” è già giunta alle orecchie della nonna e dello zio. Inizierà un regime domestico restrittivo, basato sul maschilismo, che vedrà le cinque ragazze prigioniere in casa propria e costrette a una serie di matrimoni combinati per ristabilire l’onorabilità della casa.

Mustang è l’opera prima di Deniz Gamze Ergüven, regista turca naturalizzata francese, che ha ricevuto una nomination agli Oscar e una ai Golden Globe come miglior film straniero. La pellicola è stata presentata con un ottimo riscontro di pubblico durante i Quinzenne des Réalisateurs all’ultimo Festival di Cannes. Le cinque attrici, bellissime e giovanissime, sono tutte al debutto sul grande schermo.

In tendenza con il cinema dei nostri giorni, anche in questa pellicola il punto di vista si allinea con la più piccola di casa: è Lale a raccontarci la storia; succube di un futuro già scritto, guarda con orrore al suo destino e delle sue sorelle programmando la fuga nella lontana Istanbul. La regista racconta questa storia con naturale vivacità, con lo spirito di chi vuole vivere la propria giovinezza a tutti i costi. Le cinque sorelle sono davvero cavalli indomabili in corsa verso il proprio spirito libero, frenato da una realtà sociale incapace di vivere il proprio tempo. Mustang è un vero film femminista, fatto da donne e che parla di donne; l’uso della camera a mano restituisce allo spettatore questo senso di rincorsa verso l’agognata dignità delle protagoniste. La macchina da presa indugia continuamente sui corpi che vogliono scoprirsi e conoscersi. I riferimenti a Kechiche e Sofia Coppola sembrerebbero evidenti ma la firma della Ergüven si evince nella lettura della fisicità e dell’aggregazione femminile in un ambiente di costrizione ben diversi per contesto geografico e religioso, affermando con voce più profonda la condizione di donne senza mezze misure. Ad aprire e chiudere la pellicola la figura dell’insegnante, punto di riferimento per Lale, come riprova dell’importanza delle figure cardine nella formazione dell’individuo e della cultura come fondamento primario di tutte le società.

Room (recensione)

Esploso durante l’intera stagione dei premi ma uscito in Italia solo il 3 marzo è l’acclamatissimo Room di Lenny Abrahamson. Il film è il quinto lungometraggio del regista irlandese ed è tratto dal romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue; la scrittrice ha tratto ispirazione per il libro dall’agghiacciante episodio di cronaca nera, il caso Fritzl, avvenuto in Austria nel 2008.

Jack ha appena compiuto cinque anni e vive dentro Stanza. Dentro Stanza abitano con lui: Letto, Armadio, Specchio, Lampada, Tappeto, Serpente di uova e Labirinto di cartone; Stanza è l’unico mondo che Jack conosce e fuori c’è il cosmo da cui lui è arrivato attraverso il lucernario per rendere felice Ma’. Dentro Stanza c’è anche una tv ma Jack sa benissimo che le immagini contenute in essa sono solo di fantasia e appaiono tramite la magia. Ma’ è la madre di Jack, Joy Newsome, rapita sette anni prima da Old Nick; il seviziatore va a trovare Joy ogni notte nella stanza abusando regolarmente di lei. Durante le visite di Old Nick, Jack sa che non deve assolutamente uscire da Armadio e contare fino a quando Ma’ lo riporta con lei sul suo letto. La vita dentro la stanza si svolge in una monotona routine che Joy ha cercato di rendere piacevole e veritiera per il figlio. Esausta dalla prigionia e disperata per le continue domande di Jack sul fuori, Joy decide di raccontare la verità al figlio ed escogita un modo per fuggire.

Premio Oscar come miglior attrice protagonista meritatissimo a Brie Larson, l’interprete di Joy, credibile nella parte della vittima in bilico fra la forza da dimostrare al figlio e la fragilità a causa della sua situazione. Incredibile la prova attoriale del giovane Jacob Tremblay, sette anni al momento delle riprese; di sconvolgente intensità emotiva nel saper descrivere la meraviglia di Jack, alla visione del mondo, nonostante tutto.

Lenny Abrahamson gestisce l’intero film dal punto di vista di Jack; infatti, tutto quello che c’è dentro la stanza è un mondo diegetico perfetto per il bambino e funzionale fino alla scoperta della verità. Quando scoprirà l’esistenza di un mondo esterno alla stanza, il giovane protagonista farà fatica a credere in una distorsione che fino a quel momento reputava finzione. L’approccio con la realtà esterna sarà per Jack di totale spaesamento, come un giovane Mowgli alla scoperta del villaggio globale degli uomini, piante e animali. Il rapporto con la madre è vissuto in totale simbiosi, lei è l’unica persona che conosce e l’unico riferimento per ogni cosa. È Joy, più di Jack, a doversi riabituare a un mondo che credeva perduto per sempre. Il regista realizza tutto questo grazie all’aiuto di una sceneggiatura, affidata alla stessa Donoghue, fortemente immersiva negli ambienti e nella psicologia dei personaggi. La macchina da presa rimane sempre attaccata ai volti dei protagonisti e si muove in maniera claustrofobica tra i silenzi della stanza. Jack in alcuni momenti del film diventa il narratore omodiegetico della storia per far capire le sue sensazioni, descrivere la realtà di Stanza e poi quella del mondo. La colonna sonora affidata al compositore irlandese Stephen Rennicks sembra quasi voler proteggere le vicende di Joy e Jack, accompagnandoli per mano nel brano “In the world”.

Room è un’opera di straordinaria poesia, nella sua terrificante tragicità, capace di trasmettere al pubblico quella carica emotiva che spesso si legge sui cartelloni pubblicitari ma non si trova mai realmente sulla pellicola.